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Monteoliveto

Monteoliveto

Percorro Via Monteoliveto e la mente corre agli anni dell’Università. Appartengo alla generazione delle matricole post-terremoto quando per seguire le lezioni spesso “si andava al Cinema”. Il mio era il vecchio Cinema Adriano, proprio in questa strada.

Via Monteoliveto è un collante che tiene insieme diverse anime della città; un elemento di dialogo tra realtà, epoche e storie differenti. La Napoli medievale, che fa capolino oltre la piazzetta di Santa Maria la Nova, si trova a fronteggiare l’imponente struttura del Palazzo delle Poste di epoca fascista; in cima alla Calata Trinità Maggiore si staglia l’imponente guglia dell’Immacolata, ideale punto di partenza per esplorare la Neapolis greco-romana mentre la Napoli rinascimentale e quella spagnola s’inseguono fino a confluire allo Spirito Santo al cospetto del Palazzo Doria d’Angri dove si proclamò l’annessione all’Italia del Regno delle Due Sicilie.

Nel percorrerla oggi è difficile immaginare che un tempo questa strada era un ampio declivio fuori le mura il cui tracciato seguiva l’alveo di un torrente immerso in un paesaggio agrario fatto di orti e frutteti.

La zona era formata sostanzialmente da tre splendidi giardini denominati: l’Ampuoro che arrivava fino alla Porta delle Correggie (l’attuale via Medina) e confinava col piede del Colle di Sant’Elmo; Il Carogioiello che si estendeva fino all’attuale Piazza Carità; il Biancomangiare, che occupava un’area vastissima, fu espropriato per costruire Via Toledo e Via Monteoliveto.

Nel ‘500 iniziò quel processo di urbanizzazione che trasformerà completamente la zona. La costruzione della strada rispondeva all’esigenza di creare un collegamento tra la nuova via Toledo e la zona portuale e inizialmente prese il nome dal Viceré Rivera.

Si costruirono nuovi edifici tra i quali Palazzo degli Orsini di Gravina costruito nel 1513 con l’idea di erigere una casa-tempio. L’antica famiglia romana Orsini, ricoprì le più alte cariche in campo civile, militare ed ecclesiastico; ebbe cinque Papi, numerosi cardinali e molti feudi. L’elegante facciata in bugnato di piperno, con gli oculi dai quali affiorano busti marmorei di antichi uomini illustri e di membri del casato, conserva ancora riconoscibili segni dell’originario impianto cinquecentesco.

Oggi il Palazzo è sede della facoltà di Architettura ma è stato teatro di numerosi avvenimenti storici. Nel 1589 Ferrante Imperato vi realizzò un museo naturalistico frequentato da numerosi studiosi europei. Al tempo della Rivoluzione del 1799 il palazzo fu la sede del comando generale francese e più tardi, nel 1848, durante i moti liberali divenne il quartier generale dei rivoltosi e sede della stamperia. Considerato fucina di ogni ribellione, fu più volte teatro di scontri sanguinosi, di giustizia sommaria e di saccheggi.

Di fronte al Palazzo Gravina c’era l’abitazione del giurista Giuseppe Valletta, famosa per la libreria che raccoglieva quindicimila rarissimi volumi greci, latini, spagnoli, francesi, italiani e inglesi, oltre a numerosi manoscritti e pergamene. Collezione che in seguito andrà ad arricchire la famosa Biblioteca dei Girolamini.

Nel 1668 fu eretta la fontana in onore di Re Carlo II, ultimo re spagnolo della dinastia degli Asburgo. La sua costruzione fu al centro di molte controversie anche perché causava problemi di approvvigionamento idrico all’intera zona. L’obelisco piramidale su cui poggia la statua in bronzo del re è arricchita dalla presenza di 3 leoni e 3 aquile. Il re è rappresentato come un fanciullo, a ricordare che fu incoronato all’età di 4 anni e per questo la fontana è anche detta di Re Carluccio.

La fontana di Monteoliveto introduce all’omonima piazzetta, dove si trova un autentico capolavoro del rinascimento napoletano: la Chiesa di Sant’Anna dei Lombardi

Il complesso monastico di Monteoliveto fu costruito in epoca angioina sul luogo dove sorgeva la piccola chiesetta di Santa Maria de Scotellis. Fu con la dinastia Aragonese, però, che il Monastero degli Olivetani diventò uno dei più importanti luoghi religiosi di Napoli. Fu affezionato a questi monaci lo stesso re Alfonso II d’Aragona che, si racconta, spesso vi si recasse a pranzo.  Anche altri signori del regno erano soliti trascorrere gran parte del loro tempo in quel monastero che divenne così un’oasi cittadina nella quale i potenti potevano ritirarsi per discutere dei pubblici affari.

Al tempo i legami politici e culturali con la Toscana erano ben saldi e la chiesa di Monteoliveto rappresenta uno splendido esempio di questo connubio, non solo perché i monaci Olivetani provenivano dalle terre senesi, ma anche per la presenza di artisti come Vasari, Rossellino, Benedetto e Giuliano da Maiano autori di capolavori che ne arricchirono il valore artistico. Senza dimenticare l’influsso degli artisti locali come Santacroce e Merliani autori di bellissime opere marmoree.

Nella Cappella Piccolomini, sulla tomba di Maria d’Austria, si ammira una delle primissime raffigurazioni plastiche della natività presenti a Napoli. Quasi un segno del destino. Un “prototipo” di quella che sarebbe diventata un’eccellenza della tradizione artistica e culturale partenopea. Secondo la tradizione il Monastero custodiva numerose reliquie, tra le quali due spine della corona di Cristo, una costola di San Cristoforo e una delle saette con cui fu colpito nel suo martirio.

Il fantastico complesso Olivetano era formato da sette spazi aperti e quattro chiostri. Il più grande è oggi occupato dall’adiacente caserma dei carabinieri e al suo interno si può ancora ammirare il pozzo settecentesco in marmo sul cui architrave si legge: Chi berrà questa acqua ne avrà di nuovo sete.

Il monastero era anche dotato di una famosa libreria e un’importante farmacopea. I giardini erano molto vasti e oltre alla sussistenza dei monaci fornivano erbe medicinali e saponi dalla cui vendita si ricavavano cospicui introiti. Così come dalle rendite provenienti dalle taverne presenti nelle loro proprietà; una si chiamava Alomiragliato  e le fonti dicono fosse frequentata da ruffiani, smargiassi, e sciammeriella, categorie che pare godessero della protezione della famiglia reale aragonese.

Nel 1799 i monaci furono espropriati di tutti i beni ed espulsi perché accusati di simpatie pro Repubblicane e, per ironia della sorte,  il complesso fu utilizzato come tribunale per giudicare i rivoltosi. In seguito, nel 1848, fu scelto da Ferdinando II di Borbone come sede del Parlamento durante il breve esperimento costituzionale.

Oggi degli spazi verdi e delle costruzioni ottocentesche purtroppo resta ben poco perché a partire dal 1926 l’intera area fu fortemente alterata dal nuovo piano regolatore per edificare il centro affari del regime fascista. Furono così abbattuti il mercato, lo slargo prospiciente Palazzo Gravina e in parte i chiostri del Pozzo, della Porteria e delle Colonne. Il Palazzo delle poste ridusse il chiostro maggiore fino a lasciare in vista il solo ambulacro.

Ulteriori demolizioni furono provocate durante i bombardamenti della Seconda Guerra mondiale, con la conseguente speculazione edilizia post-bellica che ha alterato per sempre l’aspetto dell’intera zona.

Oggi il Cinema Adriano non c’è più. Al suo posto credo ci sia un supermercato. A riportarmi indietro nel tempo restano i collezionisti di francobolli e monete antiche e tutti i più strani oggetti esposti sui gradoni del Palazzo delle Poste dove fermarmi a curiosare prima di recarmi nella vicina Chiesa di Sant’Anna per respirare una boccata di rara bellezza.

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