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A tavola nell’antica Pompei

E’ l’alba, Pompei si risveglia e nelle case ci si appresta a consumare la ricca e abbondante jentaculum (prima colazione) a base di pane, uova, formaggio e latte. Intanto i panettieri sfornano decine di tipi di pane nei pistrina, al mercato si espongono frutta, verdura e legumi mentre le insegne delle botteghe dei macellai richiamano salsicce e prosciutti, carne di agnello, vitello e maiale oltre che ai volatili.

Il pane era un alimento di base ma particolarmente duro e per questo lo si consumava intinto nel vino, nell’olio o nelle minestre. In cucina si preparano polpette a base di carne di maiale e pane bagnato cuocendole nel vino cotto misto a garum. I Romani amavano mischiare sapori contrastanti e usavano salse, spezie e dolcificanti come il miele, il pepe e il garum per condire i cibi e coprire i sapori. Il garum era un liquido dorato dal sapore forte, ottenuto dalla macerazione delle interiora di piccoli pesci con l’aggiunta di olio vino, aceto ed erbe.

Nelle vigne in prossimità dell’Anfiteatro, i contadini utilizzano gli antichi segreti della coltivazione dell’uva e della vinificazione rendendo Pompei il punto di riferimento per il commercio di vino in tutto il mondo antico. Nella corte gli schiavi lavorano al torcularium, pressando i grappoli d’uva mentre il mosto defluisce nei dolia per poi essere trasferito nella cella vinaria. In Campania la coltura della vite ha origini e tradizioni antichissime connaturate a un ambiente che per caratteristiche geologiche sia gli Etruschi che i Greci, ritenevano ideali per l’impianto dei vigneti.

Intanto la città si anima e a mezzogiorno è tempo per il prandium, un rapido pasto freddo a base di pesce, uova, legumi e frutta da consumare all’aperto.  Per questo si va in una caupona o  thermopolium, un locale aperto sulla strada destinato alla vendita di cibi e bevande con banconi di marmo disposti sui tre lati e con i dolia, delle grosse giare di terracotta incassate nel bancone destinate a contenere prodotti come bevande calde, ortaggi, cibi secchi e affumicati.

Spesso questi locali erano dotati anche di un piccolo forno per riscaldare o preparare le vivande mentre i thermopolia più grandi avevano ambienti retrostanti nei quali ci si poteva anche sedere per consumare il pasto. Le osterie erano anche un luogo importante per la vita sociale e lo svago ed infatti oltre a mangiare si trascorreva il tempo anche per altre occupazioni come il gioco d’azzardo e le scommesse, attività generalmente vietate dalla legge.

Nel primo pomeriggio si rientra in casa per consumare la cena, il pasto principale della giornata. Per i ricchi il banchetto è il momento in cui si celebrano le relazioni sociali e per l’occasione s’invitavano gli amici, intrattenuti da giocolieri, danzatori e musici.

Nel mondo romano il banchetto è strettamente connesso all’erotismo ed è naturale ritrovare temi erotici nel corredo come le coppe d’argento o i portavivande ornate con figure dal riferimento esplicito. Il Triclinio (la sala da pranzo) era riccamente decorato con evidenti richiami alla cultura ellenistica dalla quale s’importò anche un nuovo modo di consumare i pasti mangiando con le mani, distesi su un fianco e reggendo il il piatto con la mano sinistra.

S’iniziava con i gustatio (antipasti) come l’epityrum, una sorta di paté di olive o la sala cattabia somigliante all’odierna bruschetta. Si proseguiva con la prima mensae (primi piatti) come la patina cotidiana una sorta di pasticcio di lasagna bianca, la zuppa di cipolline detta piatto lucreziano o il libum, un piatto a base di formaggio.

I secondi piatti consistevano in pietanze come lo sformato di ortiche, il pasticcio di sogliole o un formaggio all’aglio detto moretum e arricchite da contorni tra i quali spiccava uno squisito formaggio ai pinoli. Infine la Secundae mensae, frutta e dolci come datteri farciti con l’aggiunta di noci e pinoli. In un affresco del triclinio della Villa di Poppea ad Oplontis è raffigurato un dolce con una straordinaria somiglianza alla moderna cassata siciliana.

Il tutto naturalmente era annaffiato dai vini, per lo più caldi e ambrati, addolciti con l’aggiunta di miele o acqua e bevuti in una coppa chiamata kantharoi. Il principe dei vini era il Falerno del Massico di cui si producevano tre diversi tipi e descritto come un vino denso, forte, ardente e di colore corposo.

La sua qualità e la notorietà era tale che la produzione non riusciva a soddisfare la domanda. Un altro vino molto apprezzato era il Greco di Tufo. Il termine Greco era riferito a molte uve ed infatti l’ origine del vino è romana e la vite era denominata Aminea gemella poiché produceva grappoli doppi.

La giornata volge al termine e poiché le città antiche non vivono di notte, Pompei col buio si svuota. Ci si ritira nelle proprie abitazioni e si attende un nuovo giorno che sarà come sempre frenetico e rumoroso mentre le massaie conservano gli ortaggi in salamoia o in aceto per l’inverno, e mettono ad essiccare la frutta per poi immergerla nel miele.

 

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